Blog de César Salgado

Os papeis terman do que lles poñen, e internet nin che conto…

Di me medesmo meco mi vergogno

Cando, hai agora uns quince anos, lin o primeiro soneto do Canzoniere escrito por Francesco Petrarca (1304 – 1374), quedei admirado pola aliteración do verso undécimo e pola reiteración do bíblico “vanitas vanitatum et omnia vanitas”. Sentín iso que os de Ronseltz definiron tan contundentemente:

O poema é unha pedrada na cabeza.
Por iso lles recomendamos aos leitores que usen casco.

Sen máis recomendacións, aí vai o texto nu:

Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono
di quei sospiri ond’io nudriva ‘l core
in sul mio primo giovenile errore
quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono,

del vario stile in ch’io piango et ragiono
fra le vane speranze e ‘l van dolore,
ove sia chi per prova intenda amore,
spero trovar pietà, nonché perdono.

Ma ben veggio or sì come al popol tutto
favola fui gran tempo, onde sovente
di me medesmo meco mi vergogno;

et del mio vaneggiar vergogna è ‘l frutto,
e ‘l pentersi, e ‘l conoscer chiaramente
che quanto piace al mondo è breve sogno.

Para saber máis sobre este poema pódese ler “Un libro in un sonetto” [Dal sonetto proemiale a seguire. Linee d’intervento e tappe significative], artigo do profesor Pietro Gibellini…

Il Canzoniere di Francesco Petrarca è un “libro” organicamente costruito, e perciò è introdotto da una prefazione in forma di sonetto che, come ogni pre­fazione, è scritta (secondo una cronologia reale o ideale) dopo che è stato composta l’intiera opera da prefare. Il sonetto può perciò leg­gersi soprattutto in chiave di manifesto programmatico e bilancio consuntivo; formula una poetica e offre le chiavi interpretative non solo della sua vicenda d’amore (le “cose” raccontate) ma della pro­pria poesia (discorso “meta-linguistico”). In questa prospettiva Petrarca offre dati molto precisi, dietro l’apparente “vaghezza” del sonetto.

1. Indica il titolo del libro, rime sparse (v. 1), che corrisponde al titolo altrove dato latinamente di Rerum vulgarium fragmenta (inutile precisare che sono poesie volgari; poiché le chiama rime: se fossero state in latino avrebbe detto versi).

2. Definendone il carattere frammentario, Petrarca obbedi­sce anche a un topos di modestia (quello per cui altrove chiama le sue poesie, come Catullo, nugae, cioè scherzi, bazzecole).

3. Ma poi tempera il frammentismo parlando di varietà (vario stile); la varietà delle situazioni sentimentali (speranzedolore) è ricondotta a unità con l’aggettivo vano (vane speranzevan dolore), e attraverso un itinerario ideale che dal giovenile errore approda alla coscienza del vaneggiare e alla conseguente vergogna. La continuità dell’itinerario non è solo evolutiva (nel senso di una piena conver­sione) ma mostra il permanere nell’uomo nuovo dell’uomo vecchio (per usare un’espressione paolina legata all’idea cristiana di conver­sione), o una presenza virtuale nell’uomo vecchio dei “pentimenti” che porteranno al rinnovamento (quand’era in parte altr’uom da quel ch’i’ sono).

4. I lettori vengono identificati come destinatari dell’opera (la scelta non è scontata: ad es. a poesia proemiale dei Carmina di Catullo, pure fortemente meta‑linguistica, identificava un preciso destinatario del libro). I lettori sono apparentemente contemporanei (voi ch’ascoltate), ma è implicito che essi ascoltano i lamenti di un dolore passato (quei sospiri ond’io nudriva il core); perciò possono essere anche posteri, come si ricava dall’Epistula posteritati.

5. La piena comunicazione poeta-lettore, tuttavia, non è affi­data alla sola capacità delle parole, ma dall’appartenere entrambi alla eletta schiera di coloro che conoscono amore per prova, secondo un canone di ineffabilità già sviluppato dagli stilnovisti e soprat­tutto da Dante. Al lettore si chiede pietà e perdono: sembra una en­diadi, ma con sfumata gradazione Petrarca distingue una prima ade­sione emotiva e un successivo atto morale.

6. Viene precisato il contenuto del libro soprattutto come contenuto di interne emozioni (sospiri, piango et ragiono, speranze, dolore), e, secondariamente, la materia amorosa (quella che i lettori intendono per prova). È implicitamente allusa anche la bipartizione del Canzoniere fra rime in vita e in morte di madonna Laura (le prime sono mosse dalle speranze, le seconde dominate dal dolore: precisa l’opposizione fra plurale e singolare, poiché il molteplice appartiene al mondo delle illusioni mondane, il secondo alla monotono, defini­tivo disinganno).

7. La qualità dello stile è individuata nella musicalità interna, espressa con il presentare la sua poesia come suono che il pubblico ascolta. La varietà implica, secondo la poetica medievale, non solo varietà dei contenuti (qui indicati con l’alternanza oppositiva spe­ranze e dolore, che indicano momenti estremi di felicità e infelicità, o con l’intermedio sospiri, che indica il sentimento elegiaco di dolce malinconia), ma presuppone anche varietà di registri, di metri (dall’agile madrigale alla solenne canzone, attraverso varie forme di sonetto), di toni. La coppia piango e ragiono (dove “ragionare” signi­fica parlare, cioè verseggiare) indica perfettamente la connessione fra contenuto sentimentale e linguaggio elegiaco.

8. Nelle terzine si passa da un piano piú direttamente amoroso‑letterario a un piano psicologico‑conoscitivo. Infatti si precisa che la consapevolezza della sua follia (vaneggiare) dovuta, secondo l’ottica medievale, nell’aver posto troppa cura nelle cose del mondo che sono per definizione vane, cioè effimere, caduche, deludenti. Egli ha compiuto un giovanile errore (errando, vagando lontano dall’unica retta via) attratto dal vano amore per Laura, e sviato dal dolore per la morte di una creatura terrena, cioè vana, che rende quel dolore inutile come inutili erano le speranze d’amore (poiché Laura è crea­tura vana, non già perché non ricambiava quel sentimento, come qual­che interprete ha avuto la dabbenaggine di credere!). Subentra allora prima la vergogna, poiché il poeta è stato (classicamente) favola, cioè zimbello del volgo: ma nella vergogna permane un forte amor proprio, segnato dall’insistenza sull’“io” (di me medesmo meco mi vergogno) e che segna dunque il perdurare del soggettivismo di Petrarca, divenuto solo in parte altr’uom da quel che era. Poi suben­tra un incremento morale, in forma di pentimento (e ’l pentersi), e infine un atto decisamente conoscitivo (e ’l conoscer chiaramente) che approda alla consapevolezza cristiana e già biblica della vanità delle cose terrene: vanitas vanitatum et omnia vanitas, secondo il versetto dell’Ecclesiaste.

9. Da questo punto di vista la struttura del sonetto, nel pas­saggio dalle quartine alle terzine, compendia il tracciato dell’intiero Canzoniere, dall’iniziale ritratto della splendida Laura alla finale preghiera per la vergine bella.

10. Infine il sonetto squaderna una serie di tratti stilistici che ritroveremo costanti nel Canzoniere: dal linguaggio sublimemente medio, all’abilità di strumentazione retorica (antitesi, coppie, paral­lelismi, allitterazioni), timbrica, musicale ecc. Anche il metro prescelto, il sonetto con quartine a rime abbracciate, è quello che risul­terà dominante all’interno del Canzoniere.

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22 Febreiro 2008 - Posted by | Education, Language, Literature, Petrarca, Poetry

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